Politica della sicurezza o sicurezza della politica
Dopo il fortunatamente mancato attentato sul volo Delta per Detroit del 26 dicembre scorso, subito sono fioccate numerose le dichiarazioni mirate ad ottenere dagli aeroporti l’adozione di maggiori sistemi di sicurezza.
Dichiarazioni provenienti sia dal presidente degli Stati Uniti, Obama, sia dai nostri politici.
Rileggendo i fatti, le cose che non hanno funzionato nei sistemi di sicurezza sono state almeno due: i controlli prima dell’imbarco e poi quelli sull’aereo.
L’attentatore in erba, infatti, è stato fermato da un normale cittadino. Dove sono finiti, quindi, i cosiddetti sceriffi dell’aria?
Una terza falla potrebbe essere ravveduta nell’abbassamento del livello di attenzione: dovevano trascorrere 8 anni per ricordarsi dell’esistenza di possibili attentatori?
Ad ogni modo la soluzione prospettata per risolvere il problema è stata quella dell’adozione negli aeroporti dei Body Scanner con tutte le implicazioni sulla privacy e sulla salute che ne conseguono.
Si vuole, quindi, attribuire la responsabilità delle falle nei sistemi di sicurezza ai cittadini che viaggiano e non a chi è addetto al controllo.
Inoltre, mentre da un lato si predica maggiore sicurezza, dall’altro si fanno pressioni politiche su una compagnia aerea, Ryanair, affinchè accetti il riconoscimento dei tesserini ministeriali come documento di identità.
In questo modo tutti i politici di casa nostra potranno recarsi in Sardegna, ormai diventata la seconda casa per molti di loro, accompagnati dai loro parenti senza che nessuno di loro debba mostrare una carta di identità o un passaporto.
D’altro canto, vi pare che i nosri parlamentari, con condanne o processi pendenti per corruzione, mafia ecc. o i loro familiari possano essere anche terroristi?
Sembra proprio che la strada intrapresa, piuttosto che una politica di sicurezza, sia quella di una sicurezza della politica .
Bizzarra Reuters
Lo scorso 24 novembre la Reuters Italia, tra le notizie economiche, riportava:
L’Italia nel terzo trimestre cresce più della media europea, secondo i dati Ocse citati da diversi quotidiani.
Tutto ciò è quantomeno bizzarro. Di solito sono i quotidiani a riportare le notizie d’agenzia, non il contrario.
I dati riportati sono ancora quelli del 6 novembre, nulla di nuovo.
Tralasciamo, quindi, il contenuto della notizia, per la cui analisi vi rimando all’articolo OCSE, la verità sui dati.
Il punto è che un testo come quello menzionato denota l’esistenza di una certa confusione, imprecisione e impreparazione da parte di chi dovrebbe informare il pubblico.
E’ anche possibile che la Reuters abbia citato i “diversi quotidiani” in maniera ironica, ma anche se così fosse, non sarebbe certo accettabile. Non a caso la prima regola del giornalsmo è quella di accertare le fonti. Altrimenti si tratterebbe di pettegolezzo, non di informazione.
44930
Per raccontare questa storia, potremmo iniziare da qualunque momento della vita di ognuna delle persone che abbia avuto contatti con il mondo del lavoro.
Potremmo iniziare da una decina di anni fa, quando iniziarono a diffondersi le prime agenzie di lavoro interinale.
Per comodità inizieremo dal 23 luglio scorso, giorno del mio compleanno. Giorno in cui ricevetti, puntuale come gni anno, un sms dal numero 44930.
Il messaggio recitava:
Ciao Andrea! Oggi è un giorno speciale, tanti auguri di BUON COMPLEANNO da ADECCO!
Il testo è sempre il medesimo, invariato negli anni.
La lettura del messaggio, però, mi lascia amareggiato.
Infatti, nonostante l’apparente contenuto di cortesia, l’agenzia non mi ha mai contattato, nè per valutare proposte di lavoro, nè per aggiornare il curriculum, nè per coinvolgermi in qualsiasi tipo di formazione.
Non che ne abbia necessità, fortunatamente, ma è paradossale ed anche ipocrita, che coloro che dovrebbero agevolare il collocamento o il ricollocamento nel mondo del lavoro, in realtà non si siano mai accertati se io abbia ancora la facoltà di festeggiare i miei compleanni o meno.
Semplicemente mi iviano un sms perchè esisto nei loro database, non importa se io esista ancora nel mondo reale.
Ovviamente, parto dalla mia storia per raccontare e denunciare ciò che si verifica anche per tutte le persone, conoscenti e non, che vivono la mia stessa esperienza e per i molti di loro che lottano per sopravvivere, per tirare avanti, e che per necessità si sono iscritti a più agenzie, che aggiornano continuamente i loro curriculum (se possono) e che rincorrono i colloqui.
Ma non si diceva che le agenzie di lavoro interinale avrebbero rappresentato un’alternativa più efficente rispetto alla staticità dell’Ufficio di collocamento?
Non si diceva che il vantaggio competitivo di queste agenzie risiedeva nella minore burocrazia rispetto allo Stato?
Non si diceva che i lavoratori avrebbero tratto vantaggio da queste agenzie, perchè essendo delle vere e proprie imprese, sono orientate ai risultati?
Nel mio caso, la immobilità della ADECCO si evidenzia nel fatto che non mi abbiano nemmeno chiesto se potevano rimuovermi dai loro database, eppure per loro dovrei (e potrei) essere un peso morto.
A distanza di una decina di anni, possiamo solo constatare che il lavoro temporaneo, che in USA viene chiamato freelance, in Italia ha preso il nome di precariato, e che ai lavoratori non sono state date le tanto promesse maggiori opportunità.
E’ cambiato, però, il modo di riferirsi all’occupazione. Non si parla più di “Lavoro” o di “Mondo del lavoro”, ma abbiamo assistito sempre più al diffondersi dell’espressione “Mercato del lavoro”.
Un altro cambiamento è costituito dal fatto che tra il mondo del lavoro e gli aspiranti lavoratori si è interposto l’interesse di privati che lucrano sulla precarietà altrui, che vivono sulla pelle di chi sta peggio di loro.
Si è instaurato, cioè, un sistema che procura ingenti introiti a pochi soggetti privati senza che ciò venga bilanciato da un effettivo beneficio alla società e che difficilmente potrà essere rimosso se non da chi ci governa.
Si è instaurato un sistema che, ironia della sorte, ha il posto fisso. Un sistema che da solo non potrà mai fallire. Se ciò accadesse, noi non ci saremmo per poterne esultare.
OCSE, la verità sui dati.
Il 6 novembre scorso sono stati pubblicati i dati OCSE e, sebbene siano trascorsi alcuni giorni da allora, proviamo a spiegarli, visto che nessuno, o quasi, dei media di larga diffusione lo ha ancora fatto.
I TG nazionali ed i maggiori quotidiani riportavano le dichiarazioni sensazionalistiche di Berlusconi: «Superata la Gran Bretagna, siamo i sesti più ricchi al mondo». E poi ancora: «Ci sono forti segnali di ripresa, basta vedere i dati dell’Ocse» e «Il peggio della crisi è alle spalle. La crisi ha segnato più di altri la Gran Bretagna, essendo la sua economia basata sulla finanza».
Leggendo queste dichiarazioni così riportate, una dietro l’altra, sembrerebbe che tali affermazioni siano il risultato di una lettura dei dati pubblicati dall’OCSE, ma non è così.
A partire dal primo ministro e da Tremonti, infatti, e continuando con i giornalisti che hanno riportato la notizia, tutti hanno giocato a mischiare le diverse fonti di dati o, peggio, non hanno verificato le informazioni come invece sarebbero tenuti a fare.
Innanzitutto bisogna suddividere le diverse fonti dei dati.
Quando si parla di ricchezza di un paese, si fa riferimento al PIL che viene pubblicato dall’ISTAT e non dall’ OCSE.
Nel nostro caso attuale, il prodotto interno lordo sarebbe più alto di quello della Gran Bretagna e questo ci darebbe la patente di “più ricchi”. Va aggiunto però, che una grossa fetta di esperti mette in discussione il PIL come unico indicatore di ricchezza. Per una analisi più completa andrebbero presi in considerazione altri fattori, quali il tasso di occupazione, il potere d’acquisto ecc.
Ma veniamo ai dati OCSE.
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, pubblica, come da consuetudine, i suoi documenti nel suo spazio web ufficiale. Sebbene la maggior parte di essi siano solo in iglese, non è difficile andare ad approfondire i temi discussi.
Innanzitutto scopriamo che l’indice CLI (Composite Leading Indictor), cui si fa riferimento nel rapporto, è un indice calcolato per ogni paese membro dell’organizzazione e per aree aggregate.
Lo scopo di quest’indice è quello di dare più un’informazione qualitativa (descrittiva) che quantitativa. Infatti, per ogni paese o area, viene determinato un potenziale economico, ed in base alla deviazione dell’indice rispetto a tale potenziale, si vengono a determinare quattro possibili stati di sviluppo: ripresa, espansione, decrescita e recessione.
Quindi ha più senso parlare di deviazione dal potenziale che di un +10.8%. Anche perhè il potenziale di un determinato anno è diverso da quello dell’anno precedente.
Dallo stesso rapporto si evince che Gran Bretagna, Francia e Italia sarebbero tutte in espansione e che, quindi, non c’è nessuna prevalenza di un paese rispetto ad un altro come invece si voleva far credere riportando le dichiarazioni del primo ministro, relative, semmai, al PIL.
Ciò che però si deve tenere maggiormente in considerazione, è che la deviazione positiva del CLI dal potenziale, non significa necessariamente uno stato di forte sviluppo (come il termine espansione porterebbe a pensare), bensì potrebbe essere dovuto, come certamente è, considerato che ci troviamo in un periodo di recessione, ad un restringimento dello stesso potenziale.
Un’ulteriore riflessione va fatta sul metodo di calcolo dell’indice dell’OCSE.
Infatti senza bisogno di addentrarsi nel rapporto e nei suoi numeri, basterebbe leggere che tale metodo è stato cambiato a partire dal dicembre 2008 per porsi degli interrogativi.
Perchè tale metodo è stato cambiato proprio ora che siamo nel mezzo di una crisi, mentre per decenni era rimasto invariato?
I dati calcolati con il nuovo metodo sono ancora comparabili con quelli colcolati precedentemente?
Si legge in una nota che il nuovo metodo garantisce una maggiore stabilità del dato (formula che di solito significa che le variazioni vengono attenuate). E perchè bisognerebbe attenuare qualcosa che è nato come strumento predittivo, ovvero con lo scopo di rivelare rapidamente le variazioni anche più impercettibili?
La risposta è proprio nella composizione dell’organizzazione. Essa è la summa dei paesi capitalisti. Un’organizzazione che necessita di giustificare l’aproccio all’economia di chi ne è membro, ovvero di se stessa, e lo fa attaverso le sue dottrine ed i suoi dati.
Tutto ciò porta in evidenza come, per i giornalisti, sia diventata una prassi ormai consolidata, quella di limitarsi a riportare le dichiarazioni altrui o a trascrivere i comunicati delle grandi organizzazioni, senza nè approfondire nè verificare le informazioni.
La versione on line de Il Sole 24 Ore del 6 novembre 2009, per esempio, si è limitata a riportare i dati OCSE, senza spiegarli, mentre l’unica testata che ha provato a farlo è stato Il Fatto Quotidiano nell’edizione di domenica 8 novembre.
Ovviamente attraverso l’analisi fatta nell’articolo, il giornale in questione invitava a prendere con più moderazione le dichiarazioni dei giorni precedenti, e giungeva alla conclusione che probabilmente non si trattava di dati del tutto positivi, ma che al contrario, si era di fronte a dati con segno negativo.
A riprova di quanto detto finora, il 10 novembre scorso, sono stati pubblicati i dati ISTAT sulla produzione industriale (dato che viene utilizzato anche per comporre il CLI dell’OCSE).
Quest’ultima statistica pone in evidenza il fatto che è proprio il potenziale economico ad essere diminuito, infatti, a settembre 2009 la produzione industriale è scesa del 5,3% rispetto ad agosto di quest’anno, e del 15,7% rispetto a settembre 2008.
Non risulta che Berlusconi o Tremonti abbiano rilasciato dichiarazioni in merito, stavolta.
Le fonti on line di questo articolo:
Laureata con conoscenza di quattro lingue scartata alle selezioni per un posto da portalettere presso Poste Italiane.
Milano 20/10/09
Laureata con conoscenza di quattro lingue scartata alle selezioni per un posto da portalettere presso Poste Italiane.
Ovviamente questo è il tipo di notizie che, sebbene siano di un certo rilievo, normalmente non viene divulgato dai quotidiani o dai TG.
La notizia risulta ancor più stupefacente se consideriamo altri due dati, ovvero la precedente esperienza maturata dalla persona in questione ed il motivo della sua esclusione. Infatti la donna aveva già lavorato per tre contratti a termine con la stessa azienda risultando sempre idonea fino ad allora. Dopo un colloquio preliminare tenutosi a Roma, la candidata si era trasferita a Milano partendo dall’Abruzzo e facendosi onere delle spese di viaggio e di alloggio. A ciò si deve sommare il fatto che la candidatura sia stata rifiutata non per incapacità nel recapitare la corrispondenza o nell’ individuazione dei numeri civici e così via, ma per la difficoltà riscontrata nel guidare il motociclo aziendale.
A tal proposito va spiegato che tali motocilcli vengono caricati oltremisura con pesi, sia sul retro sia sul portapacchi anteriore, che lo rendono sbilanciato e quindi inguidabile. Figuriamoci come possa significare trovarsi a dover manovrare un mezzo del genere in mezzo al traffico di una metropoli e con la pioggia. Qualsiasi motociclista esperto storcerebbe il naso di fronte ad una tale omissione di qualsiasi principio di sicurezza e più volte i sindacati hanno messo in dubbio l’idoneità di tali mezzi. Su questo tema è stata addirittura aperta un’inchiesta parlamentare presieduta da Tofani di cui il 24 Marzo 2009 si è tenuta la 21a seduta.
A supporto di queste affermazioni riportiamo i dati pubblicati dalla stessa Poste Italiane e riportati anche dai siti web delle varie sigle sindacali. Nel 2008 si sono registrati 404 infortuni in più rispetto al 2007 tra i dipendenti della già menzionata azienda (a numero di dipendenti invariato). Dai dati emerge che del totale infortuni il 71% è avvenuto nel recapito della posta e addirittura il 45% circa dei casi è avvenuto nell’utilizzo dei motomezzi. Nell’area recapito gli incidenti con motociclo rappresentano il 64%, mentre quelli con la bicicletta e con l’automobile rappresentano rispettivamente l’1% ed il 6%. Per dare un senso della dimensione, possiamo aggiungere che il totale degli infortuni del 2008 è costituito da 12.495 eventi di cui 5.588 si sono verificati nel recapito di posta con i suddetti motorini e 5 di essi sono risultati mortali.
Sebbene si evidenzino sia un incremento degli eventi di infortunio che dell’ indice di gravità degli infortuni, sebbene le ore di lavoro perse solo per gli infortuni derivati dal recapito con i motocicli (sono escluse quindi le giornate di malattia) siano 178.346 con costi diretti pari a 7,6 milioni di Euro, sembra anche che la sicurezza del proprio staff non sia tra gli obiettivi dell’impresa. Come si legge nel verbale della seduta della Commissione Parlamentare del 24 marzo scorso,in rappresentanza di Poste Italiane, l’ingegner Sarmi illustra “come l’uso del motomezzo incida solo nel 45 per cento degli infortuni complessivi del settore postale”, mentre il dottor Ialongo, sempre in rappresentanza dell’azienda, espone “gli indici di mortalità per incidenti stradali del settore, che risultano inferiori a quelli della media nazionale”.
Probabilmente se l’impresa investisse maggiormente nella sicurezza del proprio personale, i 7,6 milioni euro di costi diretti risparmiati renderebbero superflui i rincari della commisione sul pagamento dei bollettini.
Ma vi sono altre domande in sospeso.
Come mai una donna più che qualificata venga esclusa da una posizione come quella di postino?
Come mai per ottenere un impiego alle poste bisogna trasferirsi dal sud al nord, ma anche dal nord al sud, neanche si trattasse di un apparato militare?
Un mezzo, sebbene omologato all’origine, è ancora idoneo dopo essere stato modificato con pesi mal distribuiti? Come mai per un mezzo modificato rispetto all’originale per un utilizzo specifico, non è prevista una formazione fornita dalla stessa azienda, ma anzi se ne pretende la conoscenza ancor prima di venire assunti pena l’esclusione?
Come mai anche i portalettere senior incorrono in infortuni con i motomezzi postali?
Tornando alla donna esclusa, dopo l’amarezza è arrivata la beffa del sentirsi consigliare dalla selezionatrice di recarsi a scuola guida. La donna replica affermando di essere in grado di condurre uno motociclo, ma non lo è altrettanto con quello postale. Lo stesso giorno altri ragazzi (anche maschietti) hanno fallito la prova, ma tutto ciò non sembra importante per i media. Forse anche noi non lo consideriamo importante perchè ci siamo assuefatti alla precarietà nel lavoro e all’esclusione, diventati oramai un fatto quotidiano. Intanto ragazzi, donne e uomini continuano ad essere esclusi e, uscendo dall’area dei test di guida, più di uno di loro si imbattuto con lo sguardo in un piccolo deposito di biciclette in disuso.
Berlusconi 2009
Riporto di seguito un mio piccolo componimento in versi.
Lo avevo preparato il giorno prima del terremoto a L’ Aquila, ma vista l’entità della tragedia ho deciso di rinviarne la pubblicazione.
Berlusconi 2009 (di Andrea Tavoletta)
Partito nuovo, grazie agli ex fascisti,
ma l’inno è sol per lui con molta sorpresa,
Il presidente operaio dice no ai comunisti,
il partito è laico, ma difende la chiesa.
Senza lavoro? Siate più consumisti
che per Gaza si prevede la spesa,
fondi alle banche, niente ai correntisti,
mentre sull’atomo si firma l’intesa.
Lui grida “Obama” tra gli statisti,
ma la regina è infastidita ed offesa.
C’è la crisi, siate ottimisti,
mezza Italia a lui s’è già arresa.







